Festeggiare?

Quando, l'8 settembre 1943, cadde Mussolini, la folla festeggiò. Seguirono due anni terribili. Non pensiamo che sia finita qui: ci aspettano momenti drammatici prima di poter festeggiare, davvero, con animo sereno.

Se fossimo andati ad elezioni, i mercati ci avrebbero punito. Con Monti c'è ancora da capire cosa succederà: governo tecnico? ammucchiata generale di tutti quelli che ci stanno? e le elezioni, quando? In ogni caso le misure richieste dall'Europa puniranno la gente comune, i lavoratori dipendenti, gli studenti, i pensionati, insomma, i ceti più deboli. E le scelte fatte oggi non potranno essere rimangiate dopo con tanta facilità. Occorreranno anni per ricostruire sulle macerie di questi sciagurati anni, dei quali Berlusconi non è l'unico responsabile. 

Io non so se la democrazia sia morta. Di certo non sta tanto bene: le scelte vengono imposte da altri e, del resto, con la democrazia abbiamo giocato finora senza ritegno. Un governo "tecnico" in questa situazione è la prova inconfutabile di una crisi profonda della politica, di destra e di sinistra, che non sarà facile risolvere. Fra un brindisi e l'altro ricordiamoci anche di coloro che hanno pagato, che stanno pagando e, presumibilmente, pagheranno nel futuro i risultati delle scelte sciagurate, a tutti i livelli, di una classe dirigente finora drammaticamente impari rispetto ai propri compiti e alle proprie responsabilità. 

Splinder chiude? Forse no, ma di certo qualcosa cambierà.

Ho seguito con attenzione la vicenda Splinder e, come tutti i blogger che scrivono da anni su questa piattaforma (io ho cominciato nel febbraio del 2003) mi sono debitamente preoccupata. Se Splinder chiudesse, e senza darmi il tempo di provvedere al trasloco o al salvataggio dei dati, perderei di botto quasi nove anni di vita, un pezzetto considerevole della mia identità in Rete. Ad ogni buon conto, mi sono cautelata, trasferendo gli archivi su un'altra piattaforma e cominciando a guardarmi attorno, alla ricerca di soluzioni affidabili che comportino il minor numero possibile di danni collaterali. Mi sembrava comunque abbastanza incredibile che si volesse disperdere un patrimonio così vasto e, in fondo, anche nel caso di utenti "free" come la sottoscritta, redditizio in termini di introiti pubblicitari e visibilità, per barattarlo, come è stato paventato, con l'ennesimo "siticchio" di e-commerce.

D'altro canto la vicenda dimostra che quando ci affidiamo alla Rete, la nostra libertà è di fatto condizionata da logiche che in larga misura sfuggono alla maggioranza degli utenti non specialisti e che è bene, in ogni caso, cautelarsi: la Rete non "appartiene" ai navigatori, ai blogger, agli iscritti ai social network … Facebook può cancellare o sospendere qualsiasi account senza preavviso, i nostri dati non sono mai sicurissimi dal punto di vista della privacy, i contenuti che affidiamo alle varie piattaforme sono suscettibili di utilizzi che noi non immaginiamo e che forse non autorizzeremmo, se ne avessimo la possibilità. E' bene esserne consapevoli e regolarsi di conseguenza.

L'altro aspetto che mi pare interessante è la velocità con la quale gli allarmi, il panico, le informazioni non controllate si espandono a macchia d'olio, soprattutto quando la trasparenza non è esattamente cristallina. Sarebbe meglio che la Redazione desse informazioni più precise, anche per evitare fughe di massa e speculazioni da parte di altri soggetti e quindi danni di immagine che possono minare alla base l'efficacia di qualsiasi strategia futura si abbia intenzione di percorrere. A meno che non sia quello che ci si propone: ovvero l'uscita "volontaria" dal servizio Splinder di un numero più o meno ampio di utenti, in modo che successivamente sia più facile la riconversione del servizio in qualcosa di diverso. 

Nel gennaio del 2011 Populis ha acquistato da Dada ll 100% del capitale sociale di E-Box s.r.l., società titolare del network di blog verticali blogo, per un corrispettivo complessivo di sei milioni di euro. Di blogo fa parte anche splinder. Le principali esperienze di nanopublishing italiane sono adesso riunite, dato che fa già parte di populis il network blogosfere. (Fonte: Toni Siino). All'epoca, qualcuno ha scritto che l'operazione, ottima dal punto di vista del marketing,  avrebbe sicuramente significato un miglioramento del servizio offerto da Splinder. Che cosa sia Populis, potete leggerlo qui. Credo sia interessante leggere anche questocomunicato, relativo all'acquisizione da parte di Populis di Mokono, il più grande blog network tedesco. Infine, il 24 ottobre scorso, Populis ha annunciato la nascita del nuovo Blogo, il terzo polo dell'informazione online in Italia, sintesi di Blogo e Blogosfere. Io non sono certo un'esperta di marketing ma mi sembrano evidenti alcuni aspetti nella strategia di Populis: una grande aggressività nel rastrellamento di risorse pubblicitarie, la volontà di creare una sorta di monopolio europeo nell'ambito del blogging e del nanopublishing, e il tentativo di professionalizzare i blog, selezionando i blogger in base alle loro autorevolezza, capacità e visibilità pregressa. Non so quale spazio si voglia lasciare ai blog "dilettanti", ai tanti "signori nessuno" che finora hanno popolato la blogosfera con i loro diari online,  i racconti autopubblicati, le recensioni "caserecce", le paturnie adolescenziali e post-adolescenziali … insomma tutto ciò che finora, fosse o non fosse "fuffa", ha costituito la fisionomia della blogosfera italica e in particolare di Splinder come lo abbiamo conosciuto.

Attualmente questa è la mission che Blogo si propone. E se volete candidarvi a fare parte del team, questo èquello che dovete fare (fra parentesi: vorrei ricordare al team di Blogo che "qual è" si scrive senza apostrofo… ).


Insomma, non so se queste informazioni possano essere utili per chiarire la situazione di incertezza nella quale gli utenti Splinder sembrano essere precipitati. Splinder non diventerà un sito di vendita di suonerie ma di sicuro sarà qualcosa di diverso: bisognerà vedere se questo qualcosa corrisponderà o meno alle esigenze e alle aspettative di ciascuno di noi. 
 

La pancia e la cultura

Stamattina ho fatto morire dal ridere i miei alunni di terza (all'inizio dello studio della Divina Commedia), citando la famosa espressione "ed elli avea del cul fatto trombetta". Davanti alla loro ilarità, ho ribadito un concetto che mi sta molto a cuore: quando Dante parla di merda, la chiama con il suo nome, senza tanti giri di parole ed inutili pruderie.
Dante è stato il più grande dei nostri "divulgatori", tant'è vero che, com'è noto agli specialisti (ma, in verità,  anche a qualche studente liceale, magari a quelli più diligenti), il Petrarca  lamentava con un certo snobismo che la Commedia venisse letta nelle piazze e nelle osterie da gente rozza e incolta che la sfigurava con la sua ignoranza. Che Dante venga citato nel corso di un'occasione pubblica affollata di gente che non ne può più dell'andazzo generale, tutto sommato, significa rendergli giustizia. 

Ho letto con attenzione il post di Lorella Zanardo sul deficit di comunicazione che affliggerebbe, a suo dire, la sinistra più impegnata, un post che prende di mira in particolare l'intervento di Roberta de Monticelli nel corso della recente iniziativa milanese di Libertà e Giustizia, "Ricuciamo l'Italia". Secondo la Zanardo, la de Monticelli nello specifico e, più in generale, la qualità del discorso politico di certa sinistra "intellettuale" mancano clamorosamente il bersaglio: certe parole sono troppo, e inutilmente, complicate rispetto al target al quale si rivolgono e agli effetti che si propongono. Al contrario gli sproloqui televisivi della Santanché, a prescindere dal loro contenuto, sarebbero infinitamente più efficaci dal punto di vista comunicativo perché parlano la stessa lingua del pubblico "terra terra" al quale si indirizzano. Anzi la Santanché, onnipresente nei palinsesti (cito) "offre un’immagine di donna attiva, forte, che sa il fatto suo" . Mi sembrano considerazioni pericolose, e per molti buoni motivi (a parte il fatto che la faccia rifatta della Santanchè ricorda in modo inquietante la fisionomia di Michael Jackson nell'ultima fase della sua vita, e qualcuno, impietosamente, a suo tempo lo ha notato – vedi la foto che correda questo post)

E' vero: l'intervento della de Monticelli è stato sicuramente un intervento "alto" e, per questo  motivo, non facile (ma, francamente, non così incomprensibile come pretenderebbe la Zanardo). Eppure, se posso azzardare un'interpretazione, credo che sia stato un'intervento volutamente alto che mirava a creare un cortocircuito con il contesto comunicativo nel quale si è svolto: la piazza, appunto. E' possibile, è ancora possibile in questo benedetto paese, portare la cultura in piazza? E citare Leopardi, Dante, Calamandrei, Gobetti, Mazzini non è, in definitiva, un atto politico, di rivolta contro l'ignoranza, il populismo, la demagogia che abitano da troppo tempo i nostri orizzonti comunicativi? Insomma, mi pare chiaro che quella della de Monticelli è stata in primo luogo una provocazione intenzionale e non il frutto ignaro di una goffaggine erudita pateticamente fuori posto per l'occasione. Provocazione riuscita o no? Secondo Lorella Zanardo, evidentemente no. Io, al contrario, ho qualche dubbio. 

A furia di semplificare e di facilitare, per caso, non è che alla fine riduciamo una trave ad un fiammifero? I nostri classici vanno tenuti ben ordinati nei nostri scaffali di gente acculturata o è possibile recuperarli alla vita come stimolo all'azione (ricordiamo le copertine – scudo degli studenti durante i cortei dello scorso anno)? Possibile che gli Italiani si meritino solo la Santanché e non siano ritenuti capaci di intendere un discorso appena più complesso? In effetti, più che il post di Lorella Zanardo in sé, sul quale si può ragionare, mi hanno colpito soprattutto i commenti che ne condividono entusiasticamente l'impostazione, non di rado più realisti del re: c'è chi non è andato oltre il primo minuto dell'intervento della de Monticelli, chi la accusa di snobismo intellettuale, chi paragona ad una noiosissima professoressa di liceo,  e poi (ti pareva!) vuoi mettere Benigni quando legge Dante? etc etc.  Insomma, a pensarci  il succo è sempre quello, alla fine: la cultura è noiosa, roba da accademici che hanno perso il contatto con la gente, e, soprattutto, "non comunica". Sinceramente ho l'impressione che questo genere di argomentazioni sia il frutto della medesima superficialità che ci ha regalato tanti anni di televisione indecente, contro la quale, peraltro, Lorella Zanardo combatte efficacemente da molto tempo, nelle scuole, in Rete e in molte altre occasioni pubbliche. E. soprattutto, quando si accusa la de Monticelli della mancanza di umiltà tipica di chi "ha studiato" e lo fa pesare, non vorrei che si peccasse della simmetrica e opposta mancanza di umiltà di chi giudica la propria ignoranza non un limite  ma sana e ruspante espressione di uno spirito autenticamente "popolare". 

Perché, sì, la Santanché, al contrario della de Monticelli, parla alla "pancia" degli Italiani. Ma a furia di parlare alla pancia e non alla testa, l'effetto lassativo è assicurato: e infatti, non a caso, siamo nella merda (tanto per citare Dante). 

Ma in che mondo vivono?

Che bella cosa scoprire che qualche anno fa (nel 2003, per la precisione), quando aprii il mio blogghettino didattico (da tempo defunto, di seguito spiegherò perché), stavo inconsapevolmente precorrendo i tempi! A pensarci, non ci voleva poi questo grande intuito: se  caricare in rete un contenuto X,  tramite post, video o podcast, magari agganciandoci un forum o una chat, diventa tecnicamente facile, perché no? Perché non sognare di "abbattere i muri delle aulei", condividendo contenuti non con una classe, ma, idealmente, con il mondo intero? Ora la chiamano "iSchool", ed è diventata una faccenda planetaria, io la chiamavo didattica "fuori-di-classe" (e, se vogliamo, anche un po' fuori di testa) e mi atteggiavo a profetessa ispirata del nuovo credo pedagogico internettiano. Dopo un po', tuttavia, mi sono stufata: ho dapprima diradato i post, poi, pian piano, ho lasciato perdere. A dire il vero, ho tentato un'improbabile resurrezione dell'esperienza l'anno scorso: ho resistito tre post, poi … poi basta. 

Perché? Perché ci vuole tempo, maledizione. Perché, nonostante tutto, appartengo alla vecchia scuola e penso che una lezione "pubblica" abbia bisogno di essere preparata bene: ricercando le fonti, precisando la bibliografia di riferimento, verificando con attenzione la correttezza e la coerenza, formali e tematiche, dei contenuti. Insomma, in parole povere, facendo attenzione a non dire banalità (sia pure ammodernate da una sverniciata di tecnologia) o, peggio, idiozie. Se si parte da questi presupposti, anche costruire un semplice powerpoint diventa un'attività che ti vampirizza. 

E il tempo dove lo trovo, scusate? Disgraziatamente la mattina, ogni sacrosanta mattina, passo le mie quattro o cinque ore di ordinanza in una scuola di mattoni, con alunni in carne ed ossa, ai quali sono obbligata ad assegnare compiti ed esercitazioni scritte sui vecchi ma sempre in auge fogli protocollo, compiti che prima o poi devono essere corretti, naturalmente a penna. Non mi voglio arrendere del tutto ai quiz a crocette, che mi farebbero risparmiare un bel po' di tempo, e quindi fra preparazione prima e correzione poi, ci metto un po'. I miei colleghi,  quelli con i quali lavoro gomito a gomito, non condividono più di tanto i miei deliri tecnologici, anzi. Prima li guardavo con sufficienza, ora li capisco un po' di più. Si badi bene: dietro a una tastiera le ho sperimentate tutte. Ho costruito ipertesti, ho impaginato pubblicazioni, ho partecipato ad esperienze collaborative con scuole lontane, ho montato video, ho organizzato videoconferenze. Ci ho rimesso parecchie ore di sonno e, per inciso, non avendo colf, ho obbligato la mia famiglia a vivere in una confusione incredibile, magari creativa, non dico no, ma alla lunga stressante. 

Nel frattempo mi sono trovata a fronteggiare classi con più di trenta allievi, ognuno con i suoi problemi più o meno gravi: dalla semplice demotivazione al disturbo di apprendimento certificato, dalla comune  tristezza adolescenziale all'anoressia, le crisi di panico, i comportamenti devianti. Beh, alla fine ho aperto gli occhi, sono stata costretta ad aprire gli occhi: io voglio vivere. Quando ho compiuto il mio dovere, quello per il quale vengo pagata (poco), che consiste non solo nel lavoro in aula ma in una serie di altri obblighi magari insensati ma inevitabili ( negli anni non sono aumentati solo gli alunni, si sono moltiplicate anche le scartoffie burocratiche), vorrei avere modo di: leggere e studiare per i fatti miei; andare al cinema; ascoltare la musica; scrivere i miei deliri su "Contaminazioni"; preoccuparmi della famiglia. RIvendico la mia libertà, una libertà che, fra l'altro, con tutta probabilità mi rende un'insegnante migliore. E sono stufa di lavorare per la gloria. 

Guardiamoci bene in faccia. La competenza tecnologica della maggior parte dei docenti italiani è insufficiente. Siamo sempre più stanchi e, soprattutto, siamo sempre più vecchi. Le nuove leve, un po' più sveglie per quanto riguarda l'uso della tecnologia,  conquisteranno stabilmente una cattedra ( "se" la conquisteranno) quando … non saranno più nuove leve, ma prof di mezza età logorati da anni di precariato. Attaccare al muro una LIM (spacciata come la panacea della scuola nel XXI secolo) non sposta il problema: per non usarla come semplice proiettore di diapositive o di video, occorre preparare materiali con pazienza, consapevolezza metodologica e desiderio di sperimentare. Alla fine sono arrivata ad una conclusione: volete "lavoratori della conoscenza" aggiornati, innovativi e disposti a mettersi in gioco? PAGATELI di conseguenza. E soprattutto non prendeteli in giro. Ho seguito un paio di iniziative di aggiornamento in modalità blended (ovvero strutturate in momenti didattici on line alternati a incontri "in presenza") e mi sono messa le mani nei capelli: piattaforme macchinose e, presumibilmente, costose, quando si potevano raggiungere i medesimi risultati (forse migliori) con un uso intelligente (e, soprattutto, gratuito) degli strumenti di Google (via, ad essere arditi, mettiamoci anche Skype). Vero è che si doveva "certificare" la nostra effettiva presenza in Rete alle attività formative: ma bastava scrivere un post nel forum dedicato augurando Buon Natale all'illustre compagnia per vedersi accreditare una mezz'ora di attività. Meraviglioso. Salutando quattro volte, accumulavi due ore. Se scrivevi quattro interventi articolati e meditati, ricchi di link e riferimenti … due ore. 

Resta un  fatto: se la conoscenza (la "buona" conoscenza) deve tornare ad essere un valore, bisogna piantarla di affidarsi allo spirito missionario di generosi volontari, la cui attendibilità, peraltro, non è affatto scontata (e qui si aprirebbe un altro interessante campo di discussione). Perchè diavolo dovrei mettere a disposizione gratuitamente quelle competenze che mi sono guadagnata studiando con impegno e, soprattutto, investendo il mio prezioso tempo e il mio denaro (nessuno mi ha regalato né i saggi sui quali continuo ad aggiornarmi, né l'abbonamento alle riviste specialistiche che leggo, né  il computer che uso o il proiettore che mi sono acquistata per fare lezione in classe senza dover fare a cazzotti per accedere alle scarsa attrezzatura disponibile a scuola, né, tantomeno, la connessione a Internet che adopero a casa e sull'Iphone)?

Davvero, mi chiedo: ma i paladini delle magnifiche sorti e progressive della scuola hi tech dove vivono? Giornalisti illuminati, pensosi docenti universitari, intellettuali d'avanguardia. Ma in una classe vera, di una vera e "sgarrupata" scuola italiana, ci sono mai entrati? 

OImmèna!

Oimmèna, si dice in Toscana quando proprio non se ne può più.  Mi pare evidente che in Italia siamo arrivati alla frutta. La maggioranza si decompone a velocità variabile,  mentre l'opposizione si sollazza in convention e happening vari. Gli indignati minacciano e si incazzano. Insomma, qui sta andando tutto a puttane (mi si perdoni il doppio senso), almeno sembra, e la frana è accompagnata dal solito, scomposto, chiacchiericcio in politichese. Politichese "giovane", ma sempre politichese. 

Idee, idee, ci vogliono idee! Questo è il grido appassionato che si leva da un angolo all'altro della nostra sfortunata Penisola. Ora, in un attacco di candida ingenuità, più o meno l'anno scorso, la vostra Floria si mise in auto per Firenze, direzione Leopolda, alla ricerca di queste benedette idee, da tanti, da tutti invocate ed evocate, idee che potessero suggerire una via d'uscita dalla crisi. Me tapina, me l'ero pure bevuta: ho lasciato la prova del mio imprudente entusiasmo sul blog e qua e là per la Rete.

E adesso? Ci risiamo. E' passato un anno e siamo sempre qui a celebrare riti comunicativi di varia entità e impatto, della serie "ma quanto siamo belli, ma quanto siamo bravi a organizzare eventi, ma come sappiamo usare bene la Rete, ma quanto siamo giovani, ma  quanto siamo simpatici, stimolanti e intelligenti, ma come sappiamo discutere, ma come siamo innovativi".  Da una parte il "Big Bang" di Renzi, dall'altra il "Nostro Tempo" di Civati e Serracchiani, da quell'altra ancora si prova a "Rifare l'Italia" e magari, se si riesce, anche il Pd che in verità sembra avere qualche problemino di troppo. Visto che giova ricordarsi anche del Meridione,  già che c'è, negli stessi giorni del cosmico (boia dè, il Big Bang, mica noccioline) evento di Renzi, Bersani convoca "Finalmente Sud" ("FINALMENTE"? "poveri noi – verrebbe da commentare – sai cosa, vi svegliate presto", tanto per dire quanto sia scarsa la capacità comunicativa in certe lande), iniziativa di formazione per 2000 giovani dirigenti di partito. Lasciamo pardere il solito Veltroni (e Fioroni, e Gentiloni …) e i suoi MoDem, sempre alla ricerca di una ribalta qualsiasi. Intanto, sabato scorso, si sono ritrovati in 25000 con Libertà e Giustizia a Milano per "ricucire l'Italia" ma, ad occhio e croce, non è che abbiano goduto di un grande ascolto.

Roba da far cadere le braccia (e anche qualche altra cosa, in verità, ma non fatemi essere più triviale del consentito). Il disastro è imminente e i rimedi dovrebbero essere reperiti, a questo punto, con una certa urgenza. Se alternativa deve essere, che almeno si fregi di un certo senso di responsabilità, di qualche proposta chiara, di una linea comune. Poi si dice: "ah, l'antipolitica, puah, che schifo". Beh, non è che uno non voglia partecipare e dare il suo apporto, ma in questo tripudio di eventi e appuntamenti imperdibili, si rischia di smarrire, come minimo, l'orientamento.

Intanto io mi preoccupo. Ma mi preoccupo davvero,  mica del PD, di cose ben più tangibili, che mi riguardano direttamente: che so, non è che mi taglieranno, tutto insieme, la pensione ai superstiti, la tredicesima e un pezzo di stipendio, magari tassandomi all'inverosimile quei quattro soldi che in famiglia abbiamo messo da parte in anni più fortunati? Altro che convention: sono pensieri come questi che agitano le mie notti insonni. E la mattina mi alzo con un'espressione da zombie per andare ad affrontare le mie personali classi pollaio, chiedendomi, fra una spiegazione sulla Divina Commedia e un esercizio di grammatica, se i miei sforzi abbiano un senso. Se poi mi metto a ragionare su quelle che sono, realisticamente, le prospettive dei miei figli, in considerazione del fatto che, per colmo di sfiga, per arrivare ad una meta qualsiasi possono contare solo su di me e sul mio lavoro di statale più o meno disprezzata, allora sì, che mi assale lo sconforto. Eh no, non ho trent'anni, nemmeno quaranta, ne ho cinquanta tondi tondi, e ho avuto il torto di farmi il culo dai ventidue in poi: non ho più l'appeal della gioventù ma, soprattutto, non ho più voglia di chiacchiere. E sto pure diventando un po' lagnosa. "Oimmèna", appunto, come una querula vecchietta toscana. 

Svolte

La mia vita è cambiata così tanto negli ultimi due anni che, a pensarci, resto senza fiato. Io e mio fratello abbiamo finalmente venduto la casa di nostra madre. Stamattina, mentre il notaio leggeva con voce monotona i termini del contratto, pensavo alle trappole del ricordo: da qui in avanti mi resteranno soltanto le memorie sbiadite, fatalmente ingannevoli – perchè del passato non resta che la narrazione, e ogni narrazione è per forza di cose fittizia. 

In un magazzino, da qualche parte, sono accatastati scatoloni pieni di carte, lettere, fotografie, libri, soprammobili, quadri. Brandelli di un tempo trascorso, frammenti di storie private intrecciate alla storia più grande che trascina tutti. In queste settimane, occupata nello sgombero, ho frugato in un passato che non mi appartiene e che pure, senza che lo sapessi, ha fatto di me quello che sono. Quando finalmente mi trasferirò nella nuova abitazione che ho acquistato, dovrò riordinare e, in qualche modo, fare i conti con quello che è stato. Ricostruire la mia storia sulla base di indizi finora sconosciuti o trascurati. La giovane voce di mio padre incisa nel 1950 in un disco di vinile spedito da Baltimora; le foto di mia madre quando ancora frequentava le Magistrali (1941?); il volto di mia nonna appena quarantenne, un sorriso appena accennato, poco prima che un bombardamento spezzasse la sua vita;  la posa rigida e solenne dei miei bisnonni a inizio Novecento; mio nonno, quello che ricordo ormai vecchio e querulo,  quando era solo un diciottenne di belle speranze;  l'altra nonna, matronale e serena, che tiene per mano con fermezza una bimbetta magrolina, con un visetto troppo serio e compunto, mia madre, che mi somigliava così tanto e pure era così diversa. E poi le immagini di gente che non so riconoscere, lacune che non posso più colmare: chi sono, ad esempio, quei ragazzi impertinenti vestiti secondo la moda degli anni Trenta, dove sono state inghiottite le loro storie? Storie che pure chiederebbero di essere ricordate, ma non c'è più nessuno  a cui rivolgersi. Un tempo ero troppo distratta per domandare, ascoltare, capire, e ora che vorrei sapere mi resta solo l'inaffidabile risposta dell'immaginazione, le quattro cose che di quegli anni ho letto sui libri, l'incertezza di racconti nei quali talvolta sono inciampata per caso, senza quasi accorgermene, senza prestare attenzione. 

Poi ci sono tracce più vicine, oggetti che avevo quasi dimenticato, anche se non del tutto,  un giocattolo, un vecchio abito, le scarpette con le punte, quel libro che da ragazzina avevo letto e riletto, i miei primi quarantacinque giri, le foto della mia infanzia, quelle delle partite di pallavolo, le lettere degli amici e quelle del mio primo, grande amore, illusorio come tutti i primi amori … e poi, via via, l'incontro con Fabio,  il mio matrimonio, i miei figli bambini, le riunioni di famiglia …  Gli ultimi mesi avevano sbiadito queste memorie, ma ora mi sono precipitate addosso di nuovo, irrecuperabili ma al tempo stesso presenti, violentemente presenti, con il loro carico di rimpianto, dolore, rancore.

Il notaio leggeva il contratto e certo nessuno in quella stanza poteva sapere, come lo so io, di che cosa si trattava in realtà. Si trattava di restituire quella vecchia casa ad una vita diversa, di strapparla alla sua immobilità inquieta di custode di un passato morto. E andare avanti. Quando mi sono chiusa la porta alle spalle, dopo che la ditta di traslochi aveva terminato lo sgombero, e di tutto quello che era stato restavano solo stanze vuote, avevo naturalmente paura: paura di voltarmi e di scoprire che alle mie spalle non c'era più niente, che ero rimasta sospesa ad un filo attaccato al nulla,  e chi per me era stato importante, si era allontanato un altro po', offuscato dall'inevitabile oblio. Ma se anche fosse così, forse il mio compito è quello di  popolare il mio passato, e il passato della mia famiglia, di altri ricordi, di riscrivere il racconto della mia vita, di accettare il senso, o la mancanza di senso, dell'ennesima svolta. Con tutto l'amore che so, di nuovo.