Quando si gioca con i numeri

Ma che soddisfazione amara poter affermare oggi: "Io l'avevo detto". 
L'avevamo detto in pochi, forse, che i numeri erano taroccati e che  ci saremmo ritrovati, alla fine di tagli e potature, con una scuola disastrata e un numero esorbitante di alunni per classe. Un paio di anni fa, tutti a discettare, organi di informazione in testa, sul rapporto alunni – docenti e a dichiarare, sussiegosi, che l'Italia era fuori dall'Europa, che avevamo troppi insegnanti, che non rispettavamo i parametri OCSE, che la scuola non era un ammortizzatore sociale e via così. Oggi addirittura in un paio di telegiornali ho sentito la perplessa constatazione: ohibò, siamo arrivati a 30, 33, 35, financo 37 ragazzini per classe. Com'è possibile? Già, com'è possibile?

Ieri,  alla locale festa del PD, moderato dalla sottoscritta, dibattito con l'on Giovanni Bachelet, responsabile del forum scuola del PD, e l'on. Silvia Velo. Letizia, una mia collega precaria, 32 anni, laureata giovanissima con il massimo dei voti, abilitata SSIS, preparata, intelligente, motivata, non una poveraccia qualsiasi che si è buttata sulla scuola per disperazione (ovvero la fisionomia distorta e caricaturale del precario così com'è veicolata dai media), ma una di quegli insegnanti giovani e capaci che davvero potrebbero rappresentare un miglioramento concreto nel disastrato panorama della scuola pubblica italiana (e ne conosco tanti così), ha pacatamente espresso le sue ragioni: ma qualcuno può rispondere? Di certo non le risponderà la Gelmini che, com'è noto, si barrica dietro un catechismo di frasi fatte e luoghi comuni. E dando per scontato questo silenzio, si vorrebbe almeno sapere, dall'altra parte, quale idea di scuola alternativa a questo disastro (annunciato, per di più) si propone. Ma le soluzioni sono ancora fumose e nessuno ha il coraggio di dire con chiarezza una cosa in fondo assai semplice:  sia pure riconoscendo che qualsiasi proposta debba avere una sua sostenibilità economica, occorrerebbe in primo luogo interrogarsi davvero su quale debbano essere, oggi, il ruolo e la missione della scuola, e a quel ruolo, a quella missione subordinare le considerazioni di cassa. Investire in cultura, già: non in modo indiscriminato, certo, come troppe volte è avvenuto in passato, ma comunque investire sulla base di un progetto forte e condiviso. Alla fine del dibattito, io, che avrei dovuto moderare, mi sono lasciata andare ad uno sfogo sconsolato e, se vogliamo, persino sconclusionato: perché io amo il mio mestiere, e me ne frego, come altre volte ho detto, sia dei soldi che della riconoscibilità sociale e sì, tornassi indietro, sceglierei altre mille volte di stare dietro ad una cattedra,  ma, porca miseria, vorrei avere le condizioni per svolgere il mio compito al meglio. E magari, quando arriverà il momento, per lasciare il testimone a qualche giovane in gamba. 

Ormai siamo alla frutta. I docenti si arrampicano sui tetti e fanno lo sciopero della fame. Le classi scoppiano. Le esperienze didattiche più significative e valide sono state svuotate, vanificate, stravolte. E nessuno si scandalizza: per la verità sembra che tutti attendano la partenza, in qualche modo, dell'anno scolastico e poi … poi tanto si sa che con il passare dei giorni e l'usuale tran tran le proteste si attenuano, si rientra nei ranghi e la scuola va avanti alla meno peggio nel blando disinteresse collettivo. 

E invece bisognerebbe, tutti, incazzarci e di brutto. Perché rovinare la scuola significa corrompere il futuro. Perché la conoscenza è la condizione basilare per poter scegliere. Perché l'ignoranza è il terreno fertile dove allignano gli altri mali di cui ci lamentiamo: il populismo, la deriva demagogica, la paralisi sociale, l'amoralità diffusa, l'irresponsabilità. Ma questa considerazione, così scontata in fondo, rischia ormai di essere solo uno stanco esercizio retorico, ormai pateticamente in ritardo rispetto ai i tempi opachi che stiamo vivendo. 

3 pensieri su “Quando si gioca con i numeri

  1. Concordo!Mi meraviglio che nessuno sottolinei il fatto che esiste una differenza enorme tra lavorare con 20 ragazzi o 33. Non è solo una banale questione di possibilità di individualizzare l'insegnamento; con 33 studenti si perde molto più tempo nelle verifiche orali e alla fine si finisce necessariamente per offrire molti meno contenuti in classe.

  2. Pingback: A che serve la politica? | contaminazioni

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