Ma in che mondo vivono?

Che bella cosa scoprire che qualche anno fa (nel 2003, per la precisione), quando aprii il mio blogghettino didattico (da tempo defunto, di seguito spiegherò perché), stavo inconsapevolmente precorrendo i tempi! A pensarci, non ci voleva poi questo grande intuito: se  caricare in rete un contenuto X,  tramite post, video o podcast, magari agganciandoci un forum o una chat, diventa tecnicamente facile, perché no? Perché non sognare di "abbattere i muri delle aulei", condividendo contenuti non con una classe, ma, idealmente, con il mondo intero? Ora la chiamano "iSchool", ed è diventata una faccenda planetaria, io la chiamavo didattica "fuori-di-classe" (e, se vogliamo, anche un po' fuori di testa) e mi atteggiavo a profetessa ispirata del nuovo credo pedagogico internettiano. Dopo un po', tuttavia, mi sono stufata: ho dapprima diradato i post, poi, pian piano, ho lasciato perdere. A dire il vero, ho tentato un'improbabile resurrezione dell'esperienza l'anno scorso: ho resistito tre post, poi … poi basta. 

Perché? Perché ci vuole tempo, maledizione. Perché, nonostante tutto, appartengo alla vecchia scuola e penso che una lezione "pubblica" abbia bisogno di essere preparata bene: ricercando le fonti, precisando la bibliografia di riferimento, verificando con attenzione la correttezza e la coerenza, formali e tematiche, dei contenuti. Insomma, in parole povere, facendo attenzione a non dire banalità (sia pure ammodernate da una sverniciata di tecnologia) o, peggio, idiozie. Se si parte da questi presupposti, anche costruire un semplice powerpoint diventa un'attività che ti vampirizza. 

E il tempo dove lo trovo, scusate? Disgraziatamente la mattina, ogni sacrosanta mattina, passo le mie quattro o cinque ore di ordinanza in una scuola di mattoni, con alunni in carne ed ossa, ai quali sono obbligata ad assegnare compiti ed esercitazioni scritte sui vecchi ma sempre in auge fogli protocollo, compiti che prima o poi devono essere corretti, naturalmente a penna. Non mi voglio arrendere del tutto ai quiz a crocette, che mi farebbero risparmiare un bel po' di tempo, e quindi fra preparazione prima e correzione poi, ci metto un po'. I miei colleghi,  quelli con i quali lavoro gomito a gomito, non condividono più di tanto i miei deliri tecnologici, anzi. Prima li guardavo con sufficienza, ora li capisco un po' di più. Si badi bene: dietro a una tastiera le ho sperimentate tutte. Ho costruito ipertesti, ho impaginato pubblicazioni, ho partecipato ad esperienze collaborative con scuole lontane, ho montato video, ho organizzato videoconferenze. Ci ho rimesso parecchie ore di sonno e, per inciso, non avendo colf, ho obbligato la mia famiglia a vivere in una confusione incredibile, magari creativa, non dico no, ma alla lunga stressante. 

Nel frattempo mi sono trovata a fronteggiare classi con più di trenta allievi, ognuno con i suoi problemi più o meno gravi: dalla semplice demotivazione al disturbo di apprendimento certificato, dalla comune  tristezza adolescenziale all'anoressia, le crisi di panico, i comportamenti devianti. Beh, alla fine ho aperto gli occhi, sono stata costretta ad aprire gli occhi: io voglio vivere. Quando ho compiuto il mio dovere, quello per il quale vengo pagata (poco), che consiste non solo nel lavoro in aula ma in una serie di altri obblighi magari insensati ma inevitabili ( negli anni non sono aumentati solo gli alunni, si sono moltiplicate anche le scartoffie burocratiche), vorrei avere modo di: leggere e studiare per i fatti miei; andare al cinema; ascoltare la musica; scrivere i miei deliri su "Contaminazioni"; preoccuparmi della famiglia. RIvendico la mia libertà, una libertà che, fra l'altro, con tutta probabilità mi rende un'insegnante migliore. E sono stufa di lavorare per la gloria. 

Guardiamoci bene in faccia. La competenza tecnologica della maggior parte dei docenti italiani è insufficiente. Siamo sempre più stanchi e, soprattutto, siamo sempre più vecchi. Le nuove leve, un po' più sveglie per quanto riguarda l'uso della tecnologia,  conquisteranno stabilmente una cattedra ( "se" la conquisteranno) quando … non saranno più nuove leve, ma prof di mezza età logorati da anni di precariato. Attaccare al muro una LIM (spacciata come la panacea della scuola nel XXI secolo) non sposta il problema: per non usarla come semplice proiettore di diapositive o di video, occorre preparare materiali con pazienza, consapevolezza metodologica e desiderio di sperimentare. Alla fine sono arrivata ad una conclusione: volete "lavoratori della conoscenza" aggiornati, innovativi e disposti a mettersi in gioco? PAGATELI di conseguenza. E soprattutto non prendeteli in giro. Ho seguito un paio di iniziative di aggiornamento in modalità blended (ovvero strutturate in momenti didattici on line alternati a incontri "in presenza") e mi sono messa le mani nei capelli: piattaforme macchinose e, presumibilmente, costose, quando si potevano raggiungere i medesimi risultati (forse migliori) con un uso intelligente (e, soprattutto, gratuito) degli strumenti di Google (via, ad essere arditi, mettiamoci anche Skype). Vero è che si doveva "certificare" la nostra effettiva presenza in Rete alle attività formative: ma bastava scrivere un post nel forum dedicato augurando Buon Natale all'illustre compagnia per vedersi accreditare una mezz'ora di attività. Meraviglioso. Salutando quattro volte, accumulavi due ore. Se scrivevi quattro interventi articolati e meditati, ricchi di link e riferimenti … due ore. 

Resta un  fatto: se la conoscenza (la "buona" conoscenza) deve tornare ad essere un valore, bisogna piantarla di affidarsi allo spirito missionario di generosi volontari, la cui attendibilità, peraltro, non è affatto scontata (e qui si aprirebbe un altro interessante campo di discussione). Perchè diavolo dovrei mettere a disposizione gratuitamente quelle competenze che mi sono guadagnata studiando con impegno e, soprattutto, investendo il mio prezioso tempo e il mio denaro (nessuno mi ha regalato né i saggi sui quali continuo ad aggiornarmi, né l'abbonamento alle riviste specialistiche che leggo, né  il computer che uso o il proiettore che mi sono acquistata per fare lezione in classe senza dover fare a cazzotti per accedere alle scarsa attrezzatura disponibile a scuola, né, tantomeno, la connessione a Internet che adopero a casa e sull'Iphone)?

Davvero, mi chiedo: ma i paladini delle magnifiche sorti e progressive della scuola hi tech dove vivono? Giornalisti illuminati, pensosi docenti universitari, intellettuali d'avanguardia. Ma in una classe vera, di una vera e "sgarrupata" scuola italiana, ci sono mai entrati? 

4 pensieri su “Ma in che mondo vivono?

  1. Sul PAGATELI mi trovi d'accordissimo.
    Una mia vecchia idea era di pagare gli insegnanti secondo ordine e grado scolastico, ma decrescente: darei un 5000€ al mese alle maestre e ai maestri delle elementari, poi 4000 alle medie, 3000 alle superiori e ai docenti universitari poco di stipendio, ché poi sono in grado di guadagnare in altri modi vendendo professionalmente le loro competenze altrove (imprese) o con attività extrascolastiche.

    Le TIC in classe ci devono essere, lo sai bene: però bisogna anche alleggerire l'insegnante di incombenze e di "doveri", per far nascere in lui il "voler" giocare con la LIM e gli ambienti social di apprendimento. Allora sarà possibile fare aggiornamenti professionali a voi docenti (ti riferivi a un Fortic2 con l'esempio del "buon natale"? ehehehh) dove le buone prassi da apprendere saranno realmente in grado di cambiare il modo di fare scuola, integrando seamlessly gli strumenti nel flusso del discorso didattico in classe.
    Al momento gli insegnanti, stressati dalle emergenze, non hanno né voglia né pazienza né interesse a affrontare il cambiamento dei metodi, cambiamento radicale imposto dal fare scuola con le TIC

  2. Non sono dell'ambiente ma conosco i suoi risvolti indirettamente, avendo in casa una tua collega.
    Oltre alla tecnologia ce ne sarebbero altri di argomenti da trattare!
    Comunque sia, vi considero soldati da prima linea ed avrete sempre la mia, semplice, comprensione.
    Grazie per quello che fate.
    Silvio

  3. Pingback: Oilproject, molti dubbi, poche certezze | contaminazioni

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